Un nuage à croquer – zucchero filato, etimologia e teoria della traduzione

Quest’anno ho tutte classi nuove, che non sono “cresciute” nella curiosità francofila con me. Quindi vorrei in qualche modo portarcele, iniziarle alla gioia delle parole, delle storie delle parole, dell’importanza delle parole: i verbi, semmai, arriveranno. Così venerdì ho ceduto alla richiesta di una di queste nuove classi, un gruppo simpatico, che aveva buttato là, gentilmente, di fare una attività “pour Halloween”: pourquoi le demander au prof de français? C’est bien étrange, ça… Sorprendendo anche me stessa, li ho accontentati: ho iniziato a far vedere loro la mia passione del momento, “Jack et la mécanique du coeur”, il film musicale d’animazione tratto dal romanzo di Mathias Malzieu: è una storia di adolescenti innamorati e diversi, pronti a sfidare i casi della vita, un noir, gentile, molto fantasioso eppure un po’ reale.
E grazie a una ragazzetta che mangia zucchero filato rosa, il magico mondo delle parole e delle lingue e delle traduzioni si è rivelato!
– Un nuage à croquer?
– Tu parles de moi?
– Non, de ce que tu manges…
Qualcuno ha percepito “nuage”, probabilmente non hanno capito “croquer”, di sicuro però hanno colto “tu manges” e quindi: come si dice “zucchero filato”?, chiedono i ragazzini.
Finalmente!
In italiano è una parola un po’ banale, si dice il cosa (lo zucchero)e il come (filato), nessun riferimento alla forma, alla leggerezza, allo scricchiolio, ma poiché ci siamo abituati, non ci disturba troppo.
Il francese nemmeno rende merito a quella nuvola: “barbe-à-papa”; c’è un aspetto infantile, de dessin animé, e, nel mio immaginario, un aspetto un po’ sessuale…
Il resto dell’Europa aggiunge l’idea, anzi l’immagine dell’ovatta: “Zuckerwatte”, “algodon azucarado”, “algodão doce”, “vată de zahăr”, cioè “cotone dolce”, proprio come l’inglese: “cotton candy”…
Ma

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Why Can’t the English?

Mr Higgins si interroga su quanti “inglesi” diversi ci sono e su quale inglese si debba pronunciare per non finire, nel migliore dei casi, a vendere violette per strada.
Ho ripensato a questa canzone dopo aver letto un articolo di glottodidattica che rifletteva sull’esigenza – rivelatasi a questo punto fittizia – di avere scambi linguistici con madrelinguisti:
chi può essere considerato un parlante nativo di una lingua?
e perché fare l’orecchio proprio alla sua pronuncia quando il 50% almeno delle nostre interazioni avverranno con parlanti non nativi?
Ma nella canzone ci sono, per me, almeno altri due motivi di interesse.
Uno è la frase geniale a proposito dei francesi e del francese: In Francia ogni francese conosce la sua lingua dalla “A” alla “Z”, anche se non si preoccupa tanto di quel che dice quanto di averlo pronunciato bene!
E per finire l’altro: la battuta di Mr Higgins che, nella versione del film doppiata in italiano, dice qualcosa come: Sei mesi e potrei trasformare questo ignobile sacchetto di stracci in una duchessa.
Bene, non so come mai, ma nel mio lessico famigliare si mantiene viva quell’espressione e spesso “l’ignobile sacchetto di stracci” sono io!
In attesa della trasformazione in duchessa, enjoy it!


Henry: – Look at her, a prisoner of the gutter,
Condemned by every syllable she ever uttered.
By law she should be taken out and hung,
For the cold-blooded murder of the English tongue.
Eliza:- Aaoooww!

Henry imitating her: – Aaoooww! Heaven’s! What a noise!
This is what the British population,
Calls an elementary education.

Pickering:- Oh, I think you picked a poor example.

Henry: – Did I? Hear them down in Soho square,
Dropping “h’s” everywhere.
Speaking English anyway they like.
You sir, did you go to school?
Man: – Wadaya tike me for, a fool?
Henry: – No one taught him ‘take’ instead of ‘tike!
Why can’t the English teach their children how to speak?
This verbal class distinction, by now,
Should be antique. If you spoke as she does, sir,
Instead of the way you do,
Why, you might be selling flowers, too!
Hear a Yorkshireman, or worse,
Hear a Cornishman converse,
I’d rather hear a choir singing flat.
Chickens cackling in a barn Just like this one!

Eliza: – Garn!

Henry: – I ask you, sir, what sort of word is that?
It’s “Aoooow” and “Garn” that keep her in her place.
Not her wretched clothes and dirty face.
Why can’t the English teach their children how to speak?
This verbal class distinction by now should be antique.
If you spoke as she does, sir, Instead of the way you do,
Why, you might be selling flowers, too.
An Englishman’s way of speaking absolutely classifies him,
The moment he talks he makes some other
Englishman despise him.
One common language I’m afraid we’ll never get.
Oh, why can’t the English learn to set
A good example to people whose
English is painful to your ears?
The Scotch and the Irish leave you close to tears.
There even are places where English completely
disappears. In America, they haven’t used it for years!
Why can’t the English teach their children how to speak?
Norwegians learn Norwegian; the Greeks have taught their
Greek. In France every Frenchman knows
his language fro “A” to “Zed”
The French never care what they do, actually,
as long as they pronounce in properly.
Arabians learn Arabian with the speed of summer lightning.
And Hebrews learn it backwards,
which is absolutely frightening.
But use proper English you’re regarded as a freak.
Why can’t the English,
Why can’t the English learn to speak?

Il paradosso del croissant

croissant

Il croissant è ontologicamente francese, anzi parigino: “Notre alimentation est à base de… croissants!”

C nonostante, basta una breve frequentazione non solo delle boulangerie ma anche, semplicemente, delle buvette da stazione di metro, per accorgersi che il croissant è solo uno tra tanti: se ne sta lì, tra pain au chocolat, chausson aux pommes, pain aux raisins e… brioche! E tra l’altro se ne sta lì in incognito: si fa chiamare “viennoiserie”…

Sembra già strano che la quintessenza del mattino parigino, ‘la substantifique moelle’ d’un petit-déjeuner comme il faut, venga definita “vienneseria”: un cliché gastronomico che ne annichilisce uno morale, cioè quello dello chauvinismo, sarà mai possibile?
Ancora più strano se, dopo una, nemmeno difficile, ricerca si scopre che il croissant sarebbe una vienneseria di origine turca…

Nel 1683 l’esercito ottomano cerca ancora una volta di attaccare Vienna; decisi a forzare le mura della città, i turchi pensano di agire la notte, ma sottovalutano l’attenzione patriottica dei fornai dell’asburgica capitale, che sentono i rumori, scoprono le manovre, danno l’allerta e contribuiscono alla salvezza della città e alla vittoria sui turchi. Per celebrare l’avvenimento, verranno preparati dei piccoli pani, “Hörnchen” letteralmente ‘cornetti’, in forma di mezza luna, la stessa che sta sulla bandiera turca: i turchi, noi, ce li mangiamo a colazione!
E a rinforzo della correttezza di questa ontogenesi turca del croissant, ci sono anche un paio di leggende parallele. In una si racconta che i pasticceri al seguito dei vari sultani, una volta catturati, avessero insegnato ai colleghi viennesi queste loro ricette di dolcetti “a mezza luna”.Kolschitzky
In un’altra che i turchi avessero lasciato, nella fuga, dei sacchi di caffè, prontamente recuperati dal gestore di un caffè, appunto, tal Herr Kolschitzky, che avrebbe preso l’abitudine di servirlo accompagnato da un dolcetto-cornetto: eccolo, dunque, all’angolo dell’omonima Gasse viennese, vestito “à la turcque”, che ci serve un caffè, a imperitura memoria.
Verso il 1770 Marie Antoinette porta con sé da Vienna l’abitudine di questi pani dolci, “viennoiserie” appunto; sebbene la celebre frase è ormai noto a tutti sia una bufala storica, filologicamente parlando, la regina avrebbe forse più facilmente detto: “Il popolo non ha pane? Che mangino Hörnchen”.
Bisogna però aspettare l’inizio del ‘900 perché i croissant prendano la consistenza “feuillettée pur beurre” che ce li fa amare oggi.
“En défense et illustration de la pâtisserie française”, però, arriva la testimonianza di un banchetto offerto dalla regina di Francia, direi Caterina de’ Medici, nel 1549, in cui si elencano “quarante gâteaux en croissant”: pare si volesse ricordare l’alleanza stretta qualche tempo prima, nel 1536, dal re François 1er con Solimano il Magnifico, il Gran Turco, contro il cattolicissimo Carlo V…

A questo punto, si capisce come mai deve passare un po’ di tempo perché un qualsiasi studente di francese faccia la pace con quanto appena raccontato, “il paradosso del croissant”!

 

Encore une fois, merci à M. Villain.

Necrologio per l’ultimo dodo

Allora è un uccello ma non vola; sembra un tacchino senza bargigli, ma chissà mai se quelle immagini e descrizioni, la maggior parte del XVII secolo, sono veritiere, considerato che pochissime furono fatte sulla base di esemplari in carne, piume e ossa (cave); ha un bel nome scientifico, raphus cucullatus, ma che gli fu dato da Linneo soltanto nel 1758, cioè – ahinoi – a dodo estinto.
Però famoso è famoso: una sua bella foto qui
Nativo delle isole Mauritius, scoperte dai Portoghesi, visitate dagli Arabi, ma colonizzate per primi dagli Olandesi, il “dodo” ha un nome davvero strano. Non male la versione onomatopeica, in cui il ‘doo – doo’, altro non sarebbe che un ‘cock-a-doodle-doo’ arcaico e isolano. Secondo un’altra ipotesi etimologica, su base olandese, “dodo” verrebbe da ‘dodoor’, pigrone, dormiglione; ma perché dare del fannullone a un uccello con un’esistenza già di per sé difficile, che non sa (più) volare, depone le uova per terra e finisce con l’essere una facile preda per animali e umani, che però non lo trovano nemmeno troppo gustoso? Credo sia ingiusto, ecco.
La mia etimologia preferita, quindi, è quella che fa derivare il nome da ‘doudo’, forma antica del portoghese ‘doido’, matto, sciocco, scemo. Già…

Tant’è il dodo è l’animale estinto per eccellenza, forse perché si è estinto davvero da poco tempo, sicuramente ben dopo l’Era Glaciale;

anzi: quando nel 1865 LewisCarroll ne fa un abitante del suo Wonderland era già estinto da un po’ e si stavano appunto pubblicando i risultati degli studi sui ritrovamenti fossili dei ‘dodo’.

Da quanto si era estinto, dunque, l’ultimo dodo, vi chiederete subito tutti voi? E come si fa a saperlo? Bene, io me lo sono chiesto leggendo Douglas Adams:

(…) ‘So what’s the great attraction here?’ said Dirk.
‘It’s not, I have to confess, what I was expecting. Very nice in its way, of course, all this nature, but I’m a city boy myself, I’m afraid.’
He cleaned his glasses once again and pushed them back up his nose. He started backwards at what he saw, and heard a strange little chuckle from Reg. Just in front of the door back into Reg’s room, the most extraordinary confrontation was taking place.
A large cross bird was looking at Richard and Richard was looking at a large cross bird. Richard was looking at the bird as if it was the most extraordinary thing he had ever seen in his life, and the bird was looking at Richard as if defying him to find its beak even remotely funny. Once it had satisfied itself that Richard did not intend to laugh, the bird regarded him instead with a sort of grim irritable tolerance and wondered if he was just going to stand there or actually do something useful and feed it. It padded a couple of steps back and a couple of steps to the side and then just a single step forward again, on great waddling yellow feet. It then looked at him again, impatiently, and squarked an impatient squark.
The bird then bent forward and scraped its great absurd red beak across the ground as if to give Richard the idea that this might be a good area to look for things to give it to eat.
‘It eats the nuts of the calvaria tree,’ called out Reg to Richard.
The big bird looked sharply up at Reg in annoyance, as if to say that it was perfectly clear to any idiot what it ate. It then looked back at Richard once more and stuck its head on one side as if it had suddenly been struck by the thought that perhaps it was an idiot it had to deal with, and that it might need to reconsider its strategy accordingly.
‘There are one or two on the ground behind you,’ called Reg softly.
In a trance of astonishment Richard turned awkwardly and saw one or two large nuts lying on the ground. He bent and picked one up, glancing up at Reg, who gave him a reassuring nod.
Tentatively Richard held the thing out to the bird, which leant forward and pecked it sharply from between his fingers. Then, because Richard’s hand was still stretched out, the bird knocked it irritably aside with its beak. Once Richard had withdrawn to a respectful distance, it stretched its neck up, closed its large yellow eyes and seemed to gargle gracelessly as it shook the nut down its neck into its maw.
It appeared then to be at least partially satisfied.
Whereas before it had been a cross dodo, it was at least now a cross, fed dodo, which was probably about as much as it could hope for in this life. It made a slow, waddling, on-the-spot turn and padded back into the forest whence it had come, as if defying Richard to find the little tuft of curly feathers stuck up on top of its backside even remotely funny.
‘I only come to look,’ said Reg in a small voice, and glancing at him Dirk was discomfited to see that the old man’s eyes were brimming with tears which he quickly brushed away.
‘Really, it is not for me to interfere’Richard came scurrying breathlessly up to them.
‘Was that a dodo?’ he exclaimed.
‘Yes,’ said Reg, ‘one of only three left at this time. The year is 1676. They will all be dead within four years, and after that no one will ever see them again. Come,’ he said, ‘let us go.’ (…)

Insomma, il professor Urban Chronotis, docente di “cronologia”, era un gran curiosone, proprio come Douglas Adams, che, ambientalista, ecologista e amico di naturalisti, si interessava di grandi scimmie, rinoceronti e specie in estinzione. O ricordava con affetto quelle già estinte, come il dodo, appunto. Tutto vero, dunque, o almeno estremamente verosimile: nel 1676 ne rimanevano tre, sarebbero scomparsi tutti nell’arco di quattro anni; le noci che mangiavano altro non erano che i grossi semi di una pianta locale:

gli alberi di “tambalacoque” contati alla fine del xx secolo erano pochi e molto antichi, vecchi di circa 300 anni, cioè vecchi come le ultime ‘digestioni’ (o meglio ‘cacche’) degli ultimissimi dodo, già, perché il tamabalacoque è detto proprio ‘albero del dodo’…

Insomma anche se i francesi dicono “metro, boulot, dodo”, il dodo di cui ho parlato non è quello: dopo una giornata cominciata in metro, passata al lavoro, uno magari si sente “dead as a dodo”, soprattutto se non ha prospettive di carriera e quindi, mestamente, “go the way of the dodo”, ma niente nanna. Piuttosto una bella “corsa essicante”, a caucus race, la gara del comitato, un termine politicamente ancora in auge: tutti la vincono, nessuno la perde, premi a ognuno. 
Un’ultima curiosità: pare che ‘causus’ possa derivare da due parole in algonquino ‘cau´-cau-as´u’, consiglio o ‘cawaassough’, consigliere.

Thanks to Mr. Douglas Adams.
“Dirk Gently’s Holistic Detective Agency” è scaricabile qui