Il paradosso del croissant

croissant

Il croissant è ontologicamente francese, anzi parigino: “Notre alimentation est à base de… croissants!”

C nonostante, basta una breve frequentazione non solo delle boulangerie ma anche, semplicemente, delle buvette da stazione di metro, per accorgersi che il croissant è solo uno tra tanti: se ne sta lì, tra pain au chocolat, chausson aux pommes, pain aux raisins e… brioche! E tra l’altro se ne sta lì in incognito: si fa chiamare “viennoiserie”…

Sembra già strano che la quintessenza del mattino parigino, ‘la substantifique moelle’ d’un petit-déjeuner comme il faut, venga definita “vienneseria”: un cliché gastronomico che ne annichilisce uno morale, cioè quello dello chauvinismo, sarà mai possibile?
Ancora più strano se, dopo una, nemmeno difficile, ricerca si scopre che il croissant sarebbe una vienneseria di origine turca…

Nel 1683 l’esercito ottomano cerca ancora una volta di attaccare Vienna; decisi a forzare le mura della città, i turchi pensano di agire la notte, ma sottovalutano l’attenzione patriottica dei fornai dell’asburgica capitale, che sentono i rumori, scoprono le manovre, danno l’allerta e contribuiscono alla salvezza della città e alla vittoria sui turchi. Per celebrare l’avvenimento, verranno preparati dei piccoli pani, “Hörnchen” letteralmente ‘cornetti’, in forma di mezza luna, la stessa che sta sulla bandiera turca: i turchi, noi, ce li mangiamo a colazione!
E a rinforzo della correttezza di questa ontogenesi turca del croissant, ci sono anche un paio di leggende parallele. In una si racconta che i pasticceri al seguito dei vari sultani, una volta catturati, avessero insegnato ai colleghi viennesi queste loro ricette di dolcetti “a mezza luna”.Kolschitzky
In un’altra che i turchi avessero lasciato, nella fuga, dei sacchi di caffè, prontamente recuperati dal gestore di un caffè, appunto, tal Herr Kolschitzky, che avrebbe preso l’abitudine di servirlo accompagnato da un dolcetto-cornetto: eccolo, dunque, all’angolo dell’omonima Gasse viennese, vestito “à la turcque”, che ci serve un caffè, a imperitura memoria.
Verso il 1770 Marie Antoinette porta con sé da Vienna l’abitudine di questi pani dolci, “viennoiserie” appunto; sebbene la celebre frase è ormai noto a tutti sia una bufala storica, filologicamente parlando, la regina avrebbe forse più facilmente detto: “Il popolo non ha pane? Che mangino Hörnchen”.
Bisogna però aspettare l’inizio del ‘900 perché i croissant prendano la consistenza “feuillettée pur beurre” che ce li fa amare oggi.
“En défense et illustration de la pâtisserie française”, però, arriva la testimonianza di un banchetto offerto dalla regina di Francia, direi Caterina de’ Medici, nel 1549, in cui si elencano “quarante gâteaux en croissant”: pare si volesse ricordare l’alleanza stretta qualche tempo prima, nel 1536, dal re François 1er con Solimano il Magnifico, il Gran Turco, contro il cattolicissimo Carlo V…

A questo punto, si capisce come mai deve passare un po’ di tempo perché un qualsiasi studente di francese faccia la pace con quanto appena raccontato, “il paradosso del croissant”!

 

Encore une fois, merci à M. Villain.

Necrologio per l’ultimo dodo

Allora è un uccello ma non vola; sembra un tacchino senza bargigli, ma chissà mai se quelle immagini e descrizioni, la maggior parte del XVII secolo, sono veritiere, considerato che pochissime furono fatte sulla base di esemplari in carne, piume e ossa (cave); ha un bel nome scientifico, raphus cucullatus, ma che gli fu dato da Linneo soltanto nel 1758, cioè – ahinoi – a dodo estinto.
Però famoso è famoso: una sua bella foto qui
Nativo delle isole Mauritius, scoperte dai Portoghesi, visitate dagli Arabi, ma colonizzate per primi dagli Olandesi, il “dodo” ha un nome davvero strano. Non male la versione onomatopeica, in cui il ‘doo – doo’, altro non sarebbe che un ‘cock-a-doodle-doo’ arcaico e isolano. Secondo un’altra ipotesi etimologica, su base olandese, “dodo” verrebbe da ‘dodoor’, pigrone, dormiglione; ma perché dare del fannullone a un uccello con un’esistenza già di per sé difficile, che non sa (più) volare, depone le uova per terra e finisce con l’essere una facile preda per animali e umani, che però non lo trovano nemmeno troppo gustoso? Credo sia ingiusto, ecco.
La mia etimologia preferita, quindi, è quella che fa derivare il nome da ‘doudo’, forma antica del portoghese ‘doido’, matto, sciocco, scemo. Già…

Tant’è il dodo è l’animale estinto per eccellenza, forse perché si è estinto davvero da poco tempo, sicuramente ben dopo l’Era Glaciale;

anzi: quando nel 1865 LewisCarroll ne fa un abitante del suo Wonderland era già estinto da un po’ e si stavano appunto pubblicando i risultati degli studi sui ritrovamenti fossili dei ‘dodo’.

Da quanto si era estinto, dunque, l’ultimo dodo, vi chiederete subito tutti voi? E come si fa a saperlo? Bene, io me lo sono chiesto leggendo Douglas Adams:

(…) ‘So what’s the great attraction here?’ said Dirk.
‘It’s not, I have to confess, what I was expecting. Very nice in its way, of course, all this nature, but I’m a city boy myself, I’m afraid.’
He cleaned his glasses once again and pushed them back up his nose. He started backwards at what he saw, and heard a strange little chuckle from Reg. Just in front of the door back into Reg’s room, the most extraordinary confrontation was taking place.
A large cross bird was looking at Richard and Richard was looking at a large cross bird. Richard was looking at the bird as if it was the most extraordinary thing he had ever seen in his life, and the bird was looking at Richard as if defying him to find its beak even remotely funny. Once it had satisfied itself that Richard did not intend to laugh, the bird regarded him instead with a sort of grim irritable tolerance and wondered if he was just going to stand there or actually do something useful and feed it. It padded a couple of steps back and a couple of steps to the side and then just a single step forward again, on great waddling yellow feet. It then looked at him again, impatiently, and squarked an impatient squark.
The bird then bent forward and scraped its great absurd red beak across the ground as if to give Richard the idea that this might be a good area to look for things to give it to eat.
‘It eats the nuts of the calvaria tree,’ called out Reg to Richard.
The big bird looked sharply up at Reg in annoyance, as if to say that it was perfectly clear to any idiot what it ate. It then looked back at Richard once more and stuck its head on one side as if it had suddenly been struck by the thought that perhaps it was an idiot it had to deal with, and that it might need to reconsider its strategy accordingly.
‘There are one or two on the ground behind you,’ called Reg softly.
In a trance of astonishment Richard turned awkwardly and saw one or two large nuts lying on the ground. He bent and picked one up, glancing up at Reg, who gave him a reassuring nod.
Tentatively Richard held the thing out to the bird, which leant forward and pecked it sharply from between his fingers. Then, because Richard’s hand was still stretched out, the bird knocked it irritably aside with its beak. Once Richard had withdrawn to a respectful distance, it stretched its neck up, closed its large yellow eyes and seemed to gargle gracelessly as it shook the nut down its neck into its maw.
It appeared then to be at least partially satisfied.
Whereas before it had been a cross dodo, it was at least now a cross, fed dodo, which was probably about as much as it could hope for in this life. It made a slow, waddling, on-the-spot turn and padded back into the forest whence it had come, as if defying Richard to find the little tuft of curly feathers stuck up on top of its backside even remotely funny.
‘I only come to look,’ said Reg in a small voice, and glancing at him Dirk was discomfited to see that the old man’s eyes were brimming with tears which he quickly brushed away.
‘Really, it is not for me to interfere’Richard came scurrying breathlessly up to them.
‘Was that a dodo?’ he exclaimed.
‘Yes,’ said Reg, ‘one of only three left at this time. The year is 1676. They will all be dead within four years, and after that no one will ever see them again. Come,’ he said, ‘let us go.’ (…)

Insomma, il professor Urban Chronotis, docente di “cronologia”, era un gran curiosone, proprio come Douglas Adams, che, ambientalista, ecologista e amico di naturalisti, si interessava di grandi scimmie, rinoceronti e specie in estinzione. O ricordava con affetto quelle già estinte, come il dodo, appunto. Tutto vero, dunque, o almeno estremamente verosimile: nel 1676 ne rimanevano tre, sarebbero scomparsi tutti nell’arco di quattro anni; le noci che mangiavano altro non erano che i grossi semi di una pianta locale:

gli alberi di “tambalacoque” contati alla fine del xx secolo erano pochi e molto antichi, vecchi di circa 300 anni, cioè vecchi come le ultime ‘digestioni’ (o meglio ‘cacche’) degli ultimissimi dodo, già, perché il tamabalacoque è detto proprio ‘albero del dodo’…

Insomma anche se i francesi dicono “metro, boulot, dodo”, il dodo di cui ho parlato non è quello: dopo una giornata cominciata in metro, passata al lavoro, uno magari si sente “dead as a dodo”, soprattutto se non ha prospettive di carriera e quindi, mestamente, “go the way of the dodo”, ma niente nanna. Piuttosto una bella “corsa essicante”, a caucus race, la gara del comitato, un termine politicamente ancora in auge: tutti la vincono, nessuno la perde, premi a ognuno. 
Un’ultima curiosità: pare che ‘causus’ possa derivare da due parole in algonquino ‘cau´-cau-as´u’, consiglio o ‘cawaassough’, consigliere.

Thanks to Mr. Douglas Adams.
“Dirk Gently’s Holistic Detective Agency” è scaricabile qui

La retorica del “pistolotto”

Quando qualcosa a scuola non va, mi capita di dire “Ragazzi, due parole…”. Oggi questo mio modo è risuonato come l’incipit di un trattato sulla retorica del pistolotto, proprio così, ho detto “pistolotto”
Stupore, risatine, bisbigli e sguardi.
Ma poi ho capito: pistolotto, pistolino, pisello. E non solo: pistolotto, ramanzina, lavata di capo, menata. Insomma per gli adolescenti con cui passo le giornate, tutto doveva necessariamente avere un risvolto sessuale, seppur molto soft e un po’ infantile. Così mi sono buttata sull’etimologia: ecco.

“Pistolotto”, dpìstola, forma aferetica di epistola; verso il 1600 indicava uno ‘scritto o discorso esortativo o che esprime enfasi e retorica’, ma soltanto una cinquantina di anni prima era ancora una ‘lettera d’amore’. Come dall’amore, passando per l’enfasi, si sia arrivati alla noia un po’ ridicola di un pistolotto non è dato sapere: forse le missive d’amore a chi non ama sembrano inutili e noiose e, insomma, se non fosse venuto in aiuto il nascente romanticismo, magari le lettere di Werther sul suo amore per Lotte avrebbero potuto sembrare, a qualche cinico lettore, dei “ridicoli pistolotti”.
E così ho ricordato una poesia di Álvaro de Campos, eteronimo di Fernando Pessoa.

      Todas as cartas de amor são
       Ridículas.
       Não seriam cartas de amor se não fossem
       Ridículas.

       Também escrevi em meu tempo cartas de amor, 
       Como as outras,
       Ridículas.

       As cartas de amor, se há amor, 
       Têm de ser
       Ridículas.

       Mas, afinal,
       Só as criaturas que nunca escreveram 
       Cartas de amor 
       É que são
       Ridículas.

       Quem me dera no tempo em que escrevia 
       Sem dar por isso
       Cartas de amor
       Ridículas.

       A verdade é que hoje 
       As minhas memórias 
       Dessas cartas de amor 
       É que são
       Ridículas.

       (Todas as palavras esdrúxulas,
       Como os sentimentos esdrúxulos,
       São naturalmente
       Ridículas.)

‘Pistolotto’ non è una parola sdrucciola.

 

Un podologo per Cenerentola

La favola la conoscono tutti e, dai, tutte le bambine hanno sognato scarpette di cristallo. Fino al giorno in cui ci si rende conto che la fata madrina doveva proprio avercela su con Cenerentola, se per andare a un ballo la costringe a calzare scarpe di vetro.

Smemorina più cattiva della matrigna? Inammissibile, ingiusto, impossibile. La riabilitazione della fata avverrà attraverso una rivelazione etimologica, ecco come.

La versione considerata la fonte principale di Perrault è La gatta Cenerentola di Gianbattista Basile: a Zezoella, per altro colpevole dell’assassinio di una prima matrigna, cui ne segue una seconda ancor peggiore, “le cascaie no chianiello”, cioè una pianella, pantofola senza tacco, come attestato già nel 1313 in Cecco Angiolieri. Raccolta da un servo e subito mostrata al re,  la pianella viene provata da tutte le fanciulle del regno, senza successo, fino all’apparire di Zezolla. Il momento topico è così raccontato: “(…) se venne a la prova de lo chianiello, ma non tanto priesto s’accostaie a lo pede de Zezolla, che se lanzaie da se stisso a lo pede de chella cuccupinto d’Ammore, comme lo fierro corre a la calamita.” Nessun cenno al materiale della magica ciabatta.

Charles Perrault racconta la versione ufficiale: Cendrillon è bella e buona (καλὸς καὶ ἀγαθός, ça va sans dire…), la fata la veste di stoffe d’oro e d’argento e di pietre preziose, la calza delle sue “pantoufles de verre, les plus jolies du monde” ma certo non comode. Uno scoiattolo, il “petit-gris”, forniva all’epoca una pelliccia e una pelle molto morbide, costose, così da poter essere utilizzate soltanto per vestiti e accessori di nobili e re. E’ possibile, quindi, che uno scivolamento prima fonetico e poi ortografico, abbiano trasformato il soffice “vair” nel più incantato “verre”. Così se nel 1697, Perrault scriveva “verre”, un’edizione 200 anni dopo intitolava ergonomicamente: “Cendrillon ou la petite pantoufle de vair”.

Poi si perde il filo coi fratelli Grimm. Cominciano le sfide domestiche, arriva l’esercito di uccellini in aiuto, ma per le scarpe né vetro né scoiattolo: “die Pantoffeln waren ganz golden”, semplicemente d’oro.

E finalmente bibidi bobidi bù! La Cenerentola di quando ero bambina, quella di Walt Disney, con décolleté in cristallo a mezzo tacco.

Non resta che decidere se concedersi al favoloso e non immaginare i piedini sanguinanti di Cenerentola, ché già i fratelli Grimm mutilano le sorellastre per mano della loro stessa madre, o intristirsi con spirito animalista per il martirio dei “petit-gris”, sacrificati in nome della leggerezza e del ritmo delle danze col principe.

http://www.ilportaledelsud.org/cenerentola.htm

http://fr.wikisource.org/wiki/Cendrillon_(Perrault)

http://www.cnrtl.fr/definition/vair

http://de.wikisource.org/wiki/Aschenputtel_(1812)

Gesù e il Marchese di Carabattole

Che Carabattole non fosse un toponimo, è stata per me una scoperta abbastanza recente: per tutta la mia infanzia, il Gatto con gli Stivali è stato al servizio del marchese di un paese molto piccolo, pensavo allora, evidentemente fittizio, ho pensato poi, visto che nessuna carta geografica lo nominava.
Al liceo è cominciata la rivelazione, anzi la doppia rivelazione, cioè che le fiabe sono letteratura e si studiano a scuola, che Carabattole non è un luogo!

Dunque della vicenda conosco queste versioni: Giovanni Francesco Straparola (1500 circa), Giambattista Basile (1600 circa), Charles Perrault (1700 circa), Ludwig Tieck (quasi 1800), Fratelli Grimm (1800 circa). Fermo restando l’orco-mago, raffinandosi l’ingegno del gatto, che diventa ogni tanto una gatta, il giallo intorno al Marchese si infittisce. 

Per lo Straparola è figlio di una donna boema e si chiama Costantino Fortunato; il gatto lo presenta al re come signore o padrone, ma senza titolo nobiliare.

Per Basile, l’eroe è figlio di “un viecchio pezzente pezzente” e si chiama Pippo Cagliuso, presentato al re come un semplice “segnore”, non ci si poteva aspettare di più, e comunque finisce pure male.

1697: Vivement Perrault e il gatto della svolta: la prima apparizione degli stivali! Vivement le marquis de Carabas!

Successivamente Ludwig Tieck propone una versione teatrale della fiaba di Perrault, in cui l’eroe si chiama Gottlieb, figlio di mugnaio, il gatto si chiama Hintz, indossa degli stivali (oltre ad avere una lunga barba!) e presenta il suo protetto al re come Graf, conte quindi e non marchese, ma sempre “von Carabas”.

I Grimm tornano alla prosa e il figlio di mugnaio eredita un gatto senza barba, senza nome ma con un bel paio di stivali, che lo presenta al re come “Mein Herr, der Graf” e ” – dabei nannte er einen langen und vornehmen Namen -“: ma di Carabas non c’è più traccia.

Ora i dizionari riportano “carabas” come nome indicante una persona molto ricca, un possidente, un notabile, un nababbo; alcuni si spingono fino a definirlo un satrapo e un creso: è dunque una sineddoche per antonomasia che dal marchesato di Carabas ci ha portato al Petit Robert.

Carlo Collodi che nel 1885 traduce la fiaba di Perrault, lo chiama Marchese di Carabà, lasciando invariata la pronuncia e italianizzandone la grafia.

Ora non so chi sia il responsabile della trasformazione di Carabas, Carabà, in Carabattole, ma lo ringrazio comunque: Carabas, in italiano, diventa per assonanza Carabattole. Che vuol proprio dire il contrario: pare che nel 1566, cioè quando il nostro gatto era una gatta senza stivali e il marchese non era marchese e da Costantino Fortunato si trasformava in Pippo Cagliuso, ecco, pare che comparisse la parola “carabattole” col significato di “oggetto di poco conto, inezia”.

E’ a questo punto che entra in scena Gesù, non soltanto perché beati saranno i poveri, e il nostro Marquis de Carabas è appena diventato un Marchese di Carabattole, ma perché proprio Gesù e il suo paralitico hanno messo in moto le “carabattole”! Da una voce greca di origine incerta, krabatos, il latino ha ricalcato un grabatum, lettuccio. La parola sembra arrivare attraverso una traduzione latina del Vangelo di Marco, in cui Gesù si rivolgerebbe al paralitico da lui guarito dicendo: “Tolle grabatum tuum et ambula”, cioé “prendi il tuo lettuccio e cammina”. La “a”, vocale di appoggio, (tu chiamala se vuoi anaptissi…),  pare sia arrivata con l’Aretino: “Toglie garabattulo tuo, et ambula”.

Ecco fatto: la parabola delle carabattole.

http://www.bibliotecaitaliana.it/exist/ScrittoriItalia/goToPage.xq?textID=mets.si244&pageNum=165

http://it.wikisource.org/wiki/Il_gatto_con_gli_stivali

http://gutenberg.spiegel.de/buch/5470/1

http://de.wikisource.org/wiki/Der_gestiefelte_Kater_(1812)

Jane Austen, i flirt, i party e lo sport

Mi piacciono molto i romanzi di Jane Austen.
Penso che scrivere delle necessità della vita, raccontando – o raccontandosi – che invece si tratta d’amore, sia un modo per rendere l’amore romantico reale e attuale.
In più l’inglese usato da Jane Austen è bello e partecipa al miracolo del parlare d’amore/parlare d’oggi.
Tutto è cominciato con la parola “flirt”: Elisabeth, Jane, Fanny, Emma, Anne, tutte quante le ragazze di Miss Austen flirtano. E io che pensavo che l’avessimo inventata noi, mica tanto tempo fa, questa pratica del corteggiamento leggero.
Me lo raccontavo forse perché vedevo nell’inglese la lingua della contemporaneità. Poi ho riflettuto a una affermazione sull’arte contemporanea, sentita da qualche parte, che diceva più o meno: in un certo tempo, qualcuno ha sicuramente considerato contemporanea l’arte dell’uomo di Neanderthal.
Il flirt regency, dunque, ha aperto per me il dizionario etimologico:
“Fr. ‘flirt’ (1879), ‘flirtation’ (1855), dall’inglese , da ‘to flirt’: far muovere, ondeggiare (…)”. Far muovere e ondeggiare cosa?
Uno sguardo, un sentimento e un pensiero, più facilmente i fianchi sotto il vestito stile impero. E così ondeggiando raggiungere “a large party of friends”.
Pride and Prejudice mi piace molto, il mio inglese invece è come la conversazione di Charles Bovary, “plat comme un trottoir”, quindi lo leggo e lo rileggo, provando a imparare: quando trovo per la prima volta la parola “party” ho una punta di fastidio tutta moderna per l’intrusione del Martini a Pemberley. Ma sbagliavo.
E’ stato bello scoprire che flirtando le signorine Bennet andavano verso la realizzazione di quella che chiamerei una metonimia dell’effetto (ritardato): il “party” che Bingley e Darcy raccoglievano intorno a sé in campagna è semplicemente una compagnia; l’effetto dell’essere in compagnia è molto facilmente un nostro, moderno, “party”.
Ancora inadeguata di fronte a simili sottigliezze, mi stupisco che così spesso i miei amici facciano “sport”…
Anche qui, l’etimologico è d’aiuto: nel 1532 compare in inglese questa parola, calco e abbreviazione del termine antico francese “desport”, divertimento, che in italiano resiste tale quale nella definizione “da diporto”.
Ecco allora perché Miss Austen può dire “I cannot think well of a man who sports with any woman’s feelings”.
Magici vai e vieni delle parole in viaggio.

http://janeaustenaddict.com/addictions/quizzes_and_games

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