Why Can’t the English?

Mr Higgins si interroga su quanti “inglesi” diversi ci sono e su quale inglese si debba pronunciare per non finire, nel migliore dei casi, a vendere violette per strada.
Ho ripensato a questa canzone dopo aver letto un articolo di glottodidattica che rifletteva sull’esigenza – rivelatasi a questo punto fittizia – di avere scambi linguistici con madrelinguisti:
chi può essere considerato un parlante nativo di una lingua?
e perché fare l’orecchio proprio alla sua pronuncia quando il 50% almeno delle nostre interazioni avverranno con parlanti non nativi?
Ma nella canzone ci sono, per me, almeno altri due motivi di interesse.
Uno è la frase geniale a proposito dei francesi e del francese: In Francia ogni francese conosce la sua lingua dalla “A” alla “Z”, anche se non si preoccupa tanto di quel che dice quanto di averlo pronunciato bene!
E per finire l’altro: la battuta di Mr Higgins che, nella versione del film doppiata in italiano, dice qualcosa come: Sei mesi e potrei trasformare questo ignobile sacchetto di stracci in una duchessa.
Bene, non so come mai, ma nel mio lessico famigliare si mantiene viva quell’espressione e spesso “l’ignobile sacchetto di stracci” sono io!
In attesa della trasformazione in duchessa, enjoy it!


Henry: – Look at her, a prisoner of the gutter,
Condemned by every syllable she ever uttered.
By law she should be taken out and hung,
For the cold-blooded murder of the English tongue.
Eliza:- Aaoooww!

Henry imitating her: – Aaoooww! Heaven’s! What a noise!
This is what the British population,
Calls an elementary education.

Pickering:- Oh, I think you picked a poor example.

Henry: – Did I? Hear them down in Soho square,
Dropping “h’s” everywhere.
Speaking English anyway they like.
You sir, did you go to school?
Man: – Wadaya tike me for, a fool?
Henry: – No one taught him ‘take’ instead of ‘tike!
Why can’t the English teach their children how to speak?
This verbal class distinction, by now,
Should be antique. If you spoke as she does, sir,
Instead of the way you do,
Why, you might be selling flowers, too!
Hear a Yorkshireman, or worse,
Hear a Cornishman converse,
I’d rather hear a choir singing flat.
Chickens cackling in a barn Just like this one!

Eliza: – Garn!

Henry: – I ask you, sir, what sort of word is that?
It’s “Aoooow” and “Garn” that keep her in her place.
Not her wretched clothes and dirty face.
Why can’t the English teach their children how to speak?
This verbal class distinction by now should be antique.
If you spoke as she does, sir, Instead of the way you do,
Why, you might be selling flowers, too.
An Englishman’s way of speaking absolutely classifies him,
The moment he talks he makes some other
Englishman despise him.
One common language I’m afraid we’ll never get.
Oh, why can’t the English learn to set
A good example to people whose
English is painful to your ears?
The Scotch and the Irish leave you close to tears.
There even are places where English completely
disappears. In America, they haven’t used it for years!
Why can’t the English teach their children how to speak?
Norwegians learn Norwegian; the Greeks have taught their
Greek. In France every Frenchman knows
his language fro “A” to “Zed”
The French never care what they do, actually,
as long as they pronounce in properly.
Arabians learn Arabian with the speed of summer lightning.
And Hebrews learn it backwards,
which is absolutely frightening.
But use proper English you’re regarded as a freak.
Why can’t the English,
Why can’t the English learn to speak?

“It is a mistake to think you can solve any major problems just with potatoes.” Life, Universe and Everything – Douglas Adams

J’aime…, je n’aime pas…: exprimer ses goûts et ses préférences.
Immancabilmente, in classe, a questa domanda, il cibo la fa da padrone (con il calcio, ovvio) e, tra i vari cibi, vincono le patatine.
Si pone dunque la questione: come si dice “patatine” in francese? E poi si apre il dibattito: sì, ma per “patatine” intendiamo quelle nel sacchetto, tonde e sottili, o quelle nel cartoccio, parallelepipedi di bontà? 
Nemmeno la saggezza di Douglas Adams ci viene in aiuto. Io sono una di quelli che davanti ai grandi problemi ‘della vita, dell’universo e di tutto quanto’ fa spesso ricorso alle patatine, ma nemmeno 
The hitchhikers guide to the galaxy risolve la questione: dice semplicemente ‘potatoes’, mentre in italiano c’è un fuorviante ‘patate fritte’… In realtà poi, nel romanzo, non si parla nemmeno di mangiarle quelle patate, che non erano altro che lo sfogo a calci, pugni e pistolettate di una razza aliena quanto mai aggressiva.

Mais revenons à nos tubercules: comment dit-on “patatine” en français? Alors, on dit “frites” quand elles sont coupées en forme allongée, en bâtonnet, on dit “chips” quand elles sont en rondelles super fines. 
Ma allora che cosa mangiano gli inglesi? Le loro “chips” sono vere e proprie “frites”: che lo abbiano stabilito per salvarsi dall’allitterazione di un eventuale ‘fish & frites’? Quelle tonde da sacchetto invece sono “crisps”.


I tedeschi le chiamano “Pommes frites”: la scelta denota un silenzioso omaggio alla gastronomia dell’Esagono e dunque si potrebbe pensare di riformulare il loro scioglilingua in un francofilo “Der Fischer Fritz frische Frites frischt”. Quelle nei sacchetti saranno delle tranquillissime “Kartoffelnchips” o solo “Chips”.
Per saperne di più su ‘Kartoffeln’ e ‘pommes de terres’, godetevi questo 

Negli USA le patate a bastoncino sono francesi e si chiamano “french fries”: secondo una certa mitologia sui presidenti americani, pare che Thomas Jefferson amasse le patate fritte alla francese, preparate dal suo cuoco francese, appunto; Napoleone gli vende la Louisiana nel 1801 e da allora le ‘frites’ accompagneranno l”hamburger’ (e si ritorna in Germania…): insomma di native american non c’è nulla.


Un’altra versione ritarda la nascita del termine americano alla I Guerra Mondiale: i soldati americani avrebbero assaggiato le patate fritte in Belgio, ma visto che lì si parlava francese tanto valeva chiamarle ‘french fries’. 

Anche perché alcuni sostengono proprio un’origine belga, e pure molto antica, delle ‘frites’. La Mosa forniva ai pescatori belgi un pescato di pesciolini, “le menu fretin” che veniva fritto e accompagnava i loro modesti pranzi. Certo, in inverno, con la Mosa gelata, la pesca diventava difficile e allora si prese l’abitudine di friggere delle patate, tagliate in una forma simile a quella dei pesciolini: ecco.
Ma quelli che invece gustano nelle ‘frites’ “une des plus spirituelles créations du génie parisien”, per dirla col gastronomo Curnonsky, le fanno nascere sotto il Pont Neuf durante la Rivoluzione Francese: e infatti ecco che in una tassonomia della ‘frite’, organizzata sulla base dello spessore del bastoncino, compare la “frite Pont Neuf”, 1 cm…

Allontaniamoci dall’Occidente per scoprire che anche in Giappone alle patate fritte si riconosce un’origine straniera, al punto che il loro nome sarà scritto nell’alfabeto katakana, quello appunto usate per dare una forma leggibile ai prestiti linguistici.
Ecco a voi dunque le “フライド ポテト”, furaido poteto, patate fritte e le “ポテトチップス”, poteto chippuse, quelle da sacchetto: ‘frite’, ‘fried’, ‘furaido’ ovvero scivolamenti progressivi del sapore.

Merci à M. Cedric Villain pour sa vidéo “Cliché!”

Jane Austen, i flirt, i party e lo sport

Mi piacciono molto i romanzi di Jane Austen.
Penso che scrivere delle necessità della vita, raccontando – o raccontandosi – che invece si tratta d’amore, sia un modo per rendere l’amore romantico reale e attuale.
In più l’inglese usato da Jane Austen è bello e partecipa al miracolo del parlare d’amore/parlare d’oggi.
Tutto è cominciato con la parola “flirt”: Elisabeth, Jane, Fanny, Emma, Anne, tutte quante le ragazze di Miss Austen flirtano. E io che pensavo che l’avessimo inventata noi, mica tanto tempo fa, questa pratica del corteggiamento leggero.
Me lo raccontavo forse perché vedevo nell’inglese la lingua della contemporaneità. Poi ho riflettuto a una affermazione sull’arte contemporanea, sentita da qualche parte, che diceva più o meno: in un certo tempo, qualcuno ha sicuramente considerato contemporanea l’arte dell’uomo di Neanderthal.
Il flirt regency, dunque, ha aperto per me il dizionario etimologico:
“Fr. ‘flirt’ (1879), ‘flirtation’ (1855), dall’inglese , da ‘to flirt’: far muovere, ondeggiare (…)”. Far muovere e ondeggiare cosa?
Uno sguardo, un sentimento e un pensiero, più facilmente i fianchi sotto il vestito stile impero. E così ondeggiando raggiungere “a large party of friends”.
Pride and Prejudice mi piace molto, il mio inglese invece è come la conversazione di Charles Bovary, “plat comme un trottoir”, quindi lo leggo e lo rileggo, provando a imparare: quando trovo per la prima volta la parola “party” ho una punta di fastidio tutta moderna per l’intrusione del Martini a Pemberley. Ma sbagliavo.
E’ stato bello scoprire che flirtando le signorine Bennet andavano verso la realizzazione di quella che chiamerei una metonimia dell’effetto (ritardato): il “party” che Bingley e Darcy raccoglievano intorno a sé in campagna è semplicemente una compagnia; l’effetto dell’essere in compagnia è molto facilmente un nostro, moderno, “party”.
Ancora inadeguata di fronte a simili sottigliezze, mi stupisco che così spesso i miei amici facciano “sport”…
Anche qui, l’etimologico è d’aiuto: nel 1532 compare in inglese questa parola, calco e abbreviazione del termine antico francese “desport”, divertimento, che in italiano resiste tale quale nella definizione “da diporto”.
Ecco allora perché Miss Austen può dire “I cannot think well of a man who sports with any woman’s feelings”.
Magici vai e vieni delle parole in viaggio.

http://janeaustenaddict.com/addictions/quizzes_and_games

http://www.strangegirl.com/emma/quiz.php